Daniele Barbone

Daniele Barbone

Abbiamo lanciato da pochi giorni questo blog e mi trovo a intervistare Daniele Barbone. Meno male che Simone in questo momento è in aereo, in rientro a Londra per correre la sua Maratona, sennò avremmo litigato per chi dei due poteva avere l’onore di chiamarlo.

Tre link per spiegarvi chi è Daniele:

Aggiungo un commento personale: raramente mi è capitato di emozionarmi così al telefono. Grazie davvero Daniele.

1. Caro Daniele, perché hai iniziato a correre?

Durante le feste tra il 2008 e 2009, in pieno inverno, tra pranzi e cene tra amici ad un certo punto mi dico “esco a correre“. E dico a me stesso che ce la posso fare. In realtà, a differenza di quello che si potrebbe pensare, non va esattamente come a Forrest Gump e dopo 1 giro del palazzo mi fischiano le orecchie. Impatto frontale con freddo e fatica. Il ragionamento nato in me è stato “non lo farò mai più”.

In realtà, in tutto quello che faccio sono perseverante e malgrado mi fossi detto che non lo avrei più fatto, ho pensato che dopo un isolato avrei potuto provare a fare un paio di quartieri. Allora mi sono dato un metodo, mi sono dato una tabella e ho spostato l’orizzonte più in avanti. Però poi, dopo avere spostato diversi orizzonti, con l’atteggiamento tipico del maschio ho voluto un pettorale e ho voluto misurarmi. Ho corso la Stramilano nell’aprile 2009, dopo pochi mesi di preparazione. La mia prima gara è finita all’arena civica pingendo, con mio figlio che mi aspettava. Era la prima volta che mi cimentavo in una fatica del genere.

2. Ma secondo te, è normale desiderare tutta questa fatica, desiderare di correre?

Ho capito che l’uomo ha la capacità di imporre a se stesso di fare qualcosa di apparentemente innaturale. Il fisico ci dice di fermarci, l’uomo invece va avanti e continua a farlo per un sacco di km. Questa in realtà è una cosa connaturata nell’uomo, solo che negli ultimi anni l’evoluzione ha portato l’uomo a non averne più bisogno. La storia ha cambiato questo nostro approccio.

Quando inizi a correre ti accorgi che in realtà, l’uomo ha sempre corso. Sono centinaia di anni che facciamo questo ma negli ultimi tempi lo abbiamo distrutto. I bambini non camminano, corrono. Per spostarsi di lunghe distanze in passato si correva. Non raccontiamoci la favola che la corsa sia innaturale, è molto più insita nella nostra storia, nel nostro dna di quanto possiamo pensare.

3. Il momento più bello della tua prima 100 km nel deserto, arrivo a parte.

L’emozione più forte è stata quando a 5 km dell’arrivo in mezzo ad una bufera di sabbia è comparso un carretto con una famiglia e due bambini. Per loro quello che io stavo facendo era un gioco, era evidente che io fossi distrutto e che non ce la facessi più. In modo inaspettato, mi sono venuti incontro nella bufera di sabbia, mi hanno preso per mano e hanno corso un pezzetto con me. E’ stato un momento davvero incredibile di incontro, di scambio, di vicinanza.

4. Come si prepara una 100 km nel deserto, a differenza di una maratona?

Fino alla maratona non ho mai avuto un preparatore, ho sempre fatto da solo. Quando ti metti nelle condizioni di dare di più però è necessario. Quando si supera questa dimensione, lo devi fare in modo controllato dal punto di vista medico, atletico, alimentare. Il mio preparatore, Orlando Pizzolato mi ha portato e insegnato a recuperare in rapido tempo tra una tappa e l’altra. Le tappe da percorrere non sono lunghissime (20 km, la maggiore è di 42 km). Ci sono però aspetti impossibili da allenare.

Il deserto è il posto più inadatto che esista alle attività di corsa. E’ tutto estremo, il caldo, il clima, la sabbia nella quale si sprofonda tremendamente, i piedi ti si disfano (ho perso durante la gara del 2014 la bellezza di 6 unghie). La capacità di resistere a quelle condizioni si può testare solo lì. Ho fatto una corsa anche in Israele, in solitaria. Ha attraversato il deserto di Giudea. In quel caso però ho avuto molti meno problemi, perché la sabbia era diversa e più adatta. Non sprofondavi, riuscivi ad avere una spinta costante. Inoltre non trovavi il caldo che nel Sahara è verticale e a mezzogiorno ti spacca al testa. La componente che ti aiuta a superarle non è fisica ma è psicologia, è pura resilienza.

5. Cosa fai quando ti assale l’immenso desiderio di mollare?

Un tipico atteggiamento di auto sabotaggio è imporsi di andare a correre e poi non farlo. Uno si alza al mattino e poi anziché andare a correre non lo fa. Io per porre rimedio metto subito i pantaloncini da running, Almeno non ho motivazione, non posso andare a lavorare in pantaloncini da running. Invece, rispetto al Sahara, io avevo dietro la troupe di Striscia la Notizia, che erano li per me. E questo ti obbliga moralmente ad alzarti, ad andare, a farcela.

In Italia invece c’era il CESVI che mi aspettava e gli sponsor che mi mettevo pressione. Non psicologica, sia chiaro, solo che sapevano che c’erano delle aspettative. E’ proprio questo che mi ha portato ad arrivare in fondo.

Il sapere che stai facendo qualcosa di giusto e di buono anche per altre persone ti fa arrivar in fondo. Lo stai facendo anche per altri,non solo per te.

6. E’ più difficile chiudere al 100 km o diventare un Five Star Finisher?

Per chiudere le 5 stelle devi trovare i pettorali, saltare d un continente all’altro, avere i soldi per farlo e in più, con l’attentato di Boston quando ho corso Boston e l’uragano a  NY quando ho corso NY è stata davvero dura. Hai tante variabili imprevedibili, soprattuto organizzative e non solo fisiche. Dal punto di vista atletico, invece il Sahara non ha paragoni. Ho capito che potevo fare il Sahara quando in tre settimane ho fatto 2 maratone, Chicago e NY, con annessi voli e spostamenti e 2 settimane in mezzo di lavoro.

7. Il consiglio che ti senti di dare a chi sta iniziando a correre.

Farlo per se stessi può avere un senso, farlo per fare anche del bene agli altri lo fa di più. Io propendo per questa seconda opzione. Leggere, correre e dare una mano ad altri è una cosa meravigliosa.

“Pain is inevitable. Suffering is optional” Vai al mio profilo.

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