Il racconto della mia Maratona di Londra 2015

Il racconto della mia Maratona di Londra 2015

Introduzione

1500 km circa di preparazione, allenamenti sotto la pioggia, neve e vento. Corse lente e non in notturna, ripetute sul tappeto in palestra. Uscite la domenica con la squadra, lunghi interminabili ma in ottima compagnia. Ripetute in pista, medi, lenti, lunghi, fartlkek, nuoto, massaggi.

Guanti, sciarpe, materiale tecnico invernale, pantaloncini corti, magliette a maniche corte e lunghe.

Litri d’acqua, sali minerali, gel, barrette, colazioni “decenti” rubate.

Paesaggi incantati, stelle, luna, sole, nuvole.

Risate, battute, confessioni, sfide.

Un obiettivo chiaro. Sotto le 2 ore e 45.

Tensione.

Tutto questo era il prima, in ordine sparso. Perché la maratona non dura solamente 42 km e 195 metri. La maratona inizia il giorno che ti svegli al mattino e dici: “Da oggi inizio a preparare la Maratona”. E poi quel giorno che per tanto tempo hai provato ad immaginare, arriva.

Comunque vada, sarà un capitolo di storia. Comunque vada sarà un successo.

La mattina presto

Prima di una gara pianifico tutto nei minimi dettagli. Ore di sonno, colazione, idratazione, snack pre-gara, divisa da gara, pettorale, scarpe, calze “magiche” ecc. La gara più importante della stagione non poteva essere un’eccezione.

Sveglia alle 6:15. La sera prima ero riuscito ad andare a letto alle 22:15, calcolando le 8 ore necessarie per un riposo perfetto per il mio organismo.

Fortunatamente non ero solo al risveglio. Avevo i miei “supporters”, che hanno deciso  di alzarsi con me, nonostante l’orario poco “domenicale”. La tensione era già alle stelle, ma a differenza di altre vigilie di gare importanti, questa volta la notte prima ho dormito senza particolari problemi.

La mattina presto prima di una gara  faccio sempre fatica a fare colazione. Lo stomaco è chiuso e qualsiasi cosa provo a mangiare, non va giù come al solito. Mi devo sforzare, perché per correre una maratona servono parecchie calorie. Inoltre, è importantissimo mangiare 3 ore prima della gara, in maniera da concludere la digestione prima della partenza.

Pane, marmellata, caffè, frullato con latte di mandorle, biscotti e banana da bere in treno, mezzo litro di integratore di sali minerali. Un paio di barrette da portare con me e da mangiare poco prima della partenza. E la colazione è smarcata.

Saluto i miei “supporters” che rivedrò solamente sul percorso, in vari punti strategici. Chiudendo la porta di casa, mi sento un po’ quando i tuoi ti lasciavano all’asilo da solo la prima volta.

La consapevolezza di esserci dentro fino al collo mi sovrasta totalmente quando arrivo in stazione, dove mi stavano già aspettando i miei compagni di squadra.

Si parte, verso Greenwich, dove tutto avrà inizio. Se appena sveglio ero emozionato, ora sono un po’ terrorizzato. Ma per fortuna quella sensazione durerà poco.

In treno ho ancora da finire parte della colazione. Mi scolo mezzo litro di minerali e finisco il frullato. Devo finire di bere e mangiare non oltre le 3 ore prima della gara. La partenza della gara è prevista per le 10:15.

Tra chiacchiere e scambi di opinioni su come affrontare la gara, il primo pezzo di strada passa veloce. Arriviamo a Clapham Junction dove cambiamo treno.

Tutti quei liquidi introdotti nel mio corpo durante la colazione in due fasi hanno stimolato la diuresi, tanto da mettere alla prova il mio livello di tolleranza alla sofferenza, ancora prima del fatidico “muro” che avrei da li a poco vissuto in gara. Per poco non mi piscio addosso, penso di essere arrivato al limite massimo di espansione della vescica, giusto in tempo della fermata definitiva.

Non entro nel dettaglio di come ho eliminato il problema appena sceso dal treno, ma posso dire di aver rallegrato almeno per un attimo una compagine abbastanza tesa, oltre che aver fatto sorridere l’addetta alla sicurezza.

Il pre-gara a Greenwich

Simone e Ernie alla Maratona di Londra 2015Il vento è abbastanza gelido, ma in quel momento non capisco se è la tensione che gioca brutti scherzi o se effettivamente la primavera londinese ha deciso di giocarci contro. Le nuvole grigie e belle piene sopra la testa hanno deciso di presenziare anche loro. D’altronde, chi non vuole sentirsi protagonista nell’evento più iconico dell’anno a Londra?

Parecchi runners sono già in cammino verso il parco, da dove saranno divise le tre partenze: Rosse, Blu e Verdi. Ogni partenza avrà poi diverse fasce, a secondo del tempo d’iscrizione dei maratoneti.
Il parco centrale di Greenwich è diventato un contenitore di oltre 37 mila runners provenienti da 5 continenti diversi, ognuno con sogni e storie diverse. L’atmosfera è magica, elettrica.

Una volta arrivati nel “parco chiuso” blu, rimaniamo un po’ in attesa, guardando le varie immagini trasmesse su un maxi schermo, rievocando le emozioni delle edizioni passate. La Maratona di Londra fa parte delle 6 Majors marathons del mondo, ed è un percorso che ha tutt’ora il record del mondo femminile, detenuto dalla mitica Paula Radcliffe che tra l’altro correrà oggi la sua ultima maratona.

Siamo ormai a 30 minuti dall’inizio della gara. Ennesima scappata in bagno, consegna delle borse e dentro nei rispettivi gate di partenza. Io sono in prima fascia, in pratica subito dietro gli elite runners. Altri miei compagni sono in seconda o terza fascia, quindi ci salutiamo li.

L’organizzazione è impeccabile. Tutto fino a quel punto é filato liscio. Nessuna coda eccessiva per i bagni o deposito borse e niente stress. Gli addetti ai lavori stanno facendo un ottimo lavoro anche nel controllo degli atleti e le relative fasce di appartenenza. Qualcuno prova a fare il furbo, e mi dispiace dire che come al solito sono italiani, per lo meno negli episodi a cui assistito. Runnners assegnati alla terza o quarta fascia provano ad imbucarsi nella prima cercando di fare fessi i poveri addetti ai gate di partenza. Evito di riportare i commenti degli altri, sicuramente non teneri verso dei cretini.

Ormai ci siamo. Lo speaker presenta gli elite runners, tutti applaudono quei mostri della corsa che tra un po’ correranno a oltre 20 km orari per 42 e passa km.

La tensione sale. I pensieri si bloccano. Sento il cuore dentro di me che batte forte e poco dopo il classico suono che da il via alla gara.

La gara

Ci sono, sono qui, sono un protagonista dell’evento dell’anno in una delle gare più celebrate e seguite dal mondo. Dopo tanti sacrifici, ho la possibilità di fare qualcosa di speciale per me stesso e chi mi vuole bene. Voglio raccontare questa gara ai miei figli. Deve essere indimenticabile. Dai Simo, sono solo 42 km. Divertiti e distruggi quel muro appena arriva. Non si molla un centimetro.

I miei pensieri si fermano. Sento solo i miei passi. Ora il mio cuore. L’emozione mi da un brivido. Ora sento la gente che applaude. Questo stato di trans viene interrotto dal beep dell’orologio che mi indica già il primo KM. E’ volato il tempo. Guardo l’orologio. Ritmo lento, circa 4:10 al km a causa dell’ingorgo iniziale. Non me ne preoccupo, lo avevo già messo in conto. La strada é stracolma di corridori e ai lati ci sono centinaia di tifosi ad applaudire e incitare quelli che saranno i protagonisti di Londra per le prossime ore. Sono in gara, a tutti gli effetti. London Marathon 2015 è iniziata.

Sto bene e ho in testa il percorso km per km. Ho un obiettivo e questa volta lo centrerò.

I primi 5 km vanno via fluidi. Il passo gara è perfetto. Dal secondo km corro a 3:45 al km. La prima parte di gara é in leggera discesa, ma il vento contro annulla questo vantaggio.

Il passaggio al 5 km é ottimo, 18:54 (3:47 di media). So che il mio tempo é registrato a ogni quinto km e pubblicato in rete per la diretta online e qualche amico/a molto speciale mi avrebbe seguito. Corro un po’ anche per loro, soprattuto per una di loro che vorrebbe tanto correre una maratona, un giorno. Inoltre, al nono e al diciottesimo miglio avrei avuto un tifo immensamente speciale. Non vedevo l’ora di arrivarci.

Le gambe stanno bene. Io sto bene. Il periodo di scarico ha dato i suoi frutti. Nonostante ciò, mi trattengo e cerco di andare al passo che mi sono prefissato, anche se in questa fase potrei volare. Mi dico più volte che è lunga e quel muro arriverà.

Il passaggio al decimo km arriva presto. Ci metto 37 minuti e 55 secondi (19:01) a raggiungere il secondo tappeto rosso che registra il tempo. Nel frattempo non ho fatto altro che godermi il tifo. Per ora fatica zero, tutto va alla grande.

Arrivo al quattordicesimo km (nona miglia), dove finalmente vedo i miei tifosi con due cartelli: Go Simo Go e Il muro non esiste. Mi carico di energia extra e sono felice, commosso. Senza volerlo correrò quel km molto forte. Dentro di me so che il muro esiste eccome, quindi mi do una regolata al KM successivo.

Il passaggio al 15 km arriva dopo 57 minuti e 5 secondi di gara, con una media di quei 5km di 3:51 al km (19:10). Ho rallentato un pochino rispetto ai primi 10 km, ma sto bene ed è tutto calcolato.

Simone a Tower BridgeSono quasi a metà gara e inizio una piccola salita che mi porta ad attraversare Tower Bridge. Questo è uno dei punti più belli di tutta la gara. Guardo in alto, ringrazio qualcuno che non c’è più e mi emoziono un po’. Ho sognato questo momento durante tutta la preparazione. Il pubblico qui è infinito, raccolto ai lati transennati. Tutto il ponte è in pratica per noi corridori. Capita solamente durante la maratona. Il mio cuore fa qualche battito in più, il passo delle gambe si velocizza ancora, ma in testa mi torna ancora quel maledetto muro. Rallento e torno a isolarmi un attimo.

Al 20esimo km passo dopo 1 ora 16 minuti e 26 secondi di gara, con media di questi 5 km a 3:53 al km (19:24). Alla mezza maratona passo in 1:20:43. Ho già preso il primo gel e ho bevuto un sorso d’acqua.

Il pubblico è onnipresente, è rumoroso e chiama il mio nome spesso. Go Simon, Go Simón, Go Simoni, Go Simo. Non ho mai sentito pronunciare il mio nome in cosī tante varianti come in questi primi 21 km.

Ogni tanto do qualche 5 con la mano ai bambini ai bordi della strada, altre volte incito il pubblico con un gesto. E’ incredibile quanto siano ricettivi. Basta una mano alzata per salutare e il volume si alza di qualche decibel. E’ un emozione unica.

Per ora le gambe stanno ancora bene e i passaggi sono perfetti. Corro sempre intorno ai 3:49 / 3:51. Il passaggio al 25esimo km mi proietta nella parte più impegnativa della maratona. Passo in 1:35:48 di gara, con i 5km appena conclusi a 3:52 al km, di media.

Al 28esimo km circa rivedo di nuovo i miei tifosi. Si sono messi in un punto strategico perché é proprio qua che le gambe iniziano a non essere fresche. Vederli mi da un’altra scorta di energia che mi servirà tantissimo. Sono felice, mi emoziono e un po’ mi rattristo perché so che da ora in poi non li vedrò più fino all’arrivo.

Il passaggio al trentesimo km arriva dopo 1:55:08 di gara, con gli ultimi 5 km corsi in 19:20. Tengo ancora il passo molto bene, ma le gambe iniziano a far male. Questa zona della gara ha ancora più pubblico e il tifo si fa ancora più forte. A volte è talmente rumoroso che non sento nemmeno i miei pensieri.

Mangio il secondo gel e bevo ancora un goccio d’acqua, dopo aver fallito l’aggancio con ben 4 bottiglie. Questi sono i segnali della testa che inizia a far fatica. Capisco lo stato in cui sono e inizio la mia fase di mantra mentale. Il muro è arrivato esattamente dove lo aspettavo. Siamo oltre i 30 km. Inizio a dirmi che mancano appena una decina di km. Mi ricordo che solitamente corro 10 km quando faccio un’uscita corta rilassante. Ricordo il cartello “il muro non esiste” e combatto contro la mia stessa testa che mi stava lasciando.

Il tutto in realtà dura poco, perché decido di accelerare improvvisamente, come se avessi bisogno di una scossa. Mi faccio aiutare dal pubblico con qualche saluto in più, accorcio il passo e mi metto in modalità “avanti tutta”. Il muro è superato, ma tornerà.

Le gambe fanno male e ogni km che passa le sento sempre più affaticate. Questo lo noto anche con il passaggio ai 35 km, dove faccio registrare l’intertempo più lento della gara (19:29 i 5km e media a 3:54). Vista da fuori, potrebbe sembrare una crisi pericolosa e senza fine, ma dentro di me sono cosciente che tutto andrà bene. Ho il polpaccio destro un po’ teso e qualche volta sento un principio di crampo, ma non mi interessa. Reagisco chiamando in causa ancora il pubblico che inizio ad amare. Loro rispondono, come se capissero la mia difficoltà. Davanti inizio a superare atleti con cui sono stato per gran parte della gara, capisco che il mio ritmo è aumentato.

Continuo a dirmi che manca poco e ogni km diventa un vero e proprio count down. I muscoli sono all’estremo e l’ultimo gel che decido di prendere non mi aiuterà molto.

Inizio a vedere il Big Ben. So che manca poco e accelero un po’ il passo. Voglio provarci. Se non ci provo non saprò mai se ci sarei riuscito. So che posso correre sotto le 2:45, solo un tracollo mi impedirebbe di farcela, quindi decido di osare un po’ di più e puntare a qualcosa di meglio.

Al 40esimo km passo in 2:33:45, correndo gli ultimi 5 km in 19:08 con una media di 3:50. Stringo i denti perché ogni tanto sento il crampo in procinto di partire, ma ormai mancano appena 2 km e qualche metro. Spingo ancora di più, il pubblico sembra capire cosa ho in testa perché chiama ancora più frequentemente il mio nome. Supero diversi atleti, tutti con numeri di pettorale molto bassi.

Inizio a sentire la voce dello speaker, l’arrivo è vicino. Ormai non ho nulla da perdere, a costo di strisciare taglierò quel traguardo.

Finalmente intravedo il corridoio finale degli ultimi 400 metri, il pubblico è tutto schierato ai lati. Chiudo gli occhi e spingo, spingo finché posso fino ad arrivare al traguardo finale.

Vedo il mega orologio che segna 2 ore 41 minuti e 54 secondi. Mi viene solo da ridere, ridere di gioia immensa. Ce l’ho fatta, obiettivo raggiunto! Le gambe tremano e fanno un male cane, ma non mi interessa.

Subito poco dopo incontro James Bennett, mio compagno di squadra che ha corso in 2:37 distruggendo il record di squadra. Siamo entrambi felici come pochi al mondo e ci abbracciamo. Insieme abbiamo costruito questa gara allenamento su allenamento e ci siamo sempre stimolati a fare meglio.

Ho corso i due km finali a 3:44 di media, che sono stati i più forti di tutta la gara.  La mia testa questa volta ha retto. Non ho mai pensato una volta che non ce l’avrei fatta ed è andato tutto come da programma, anzi meglio.

Da li a poco scoprirò che tutti i miei compagni di allenamento hanno ottenuto un personal best. La mia è la seconda miglior prestazione di squadra e il quinto tempo all time nella storia della squadra. Ne sono orgoglioso e dedico tutto questo alla persona più importante della mia vita.

Londra mi ha dato tanto, e oggi mi ha regalato la gara più bella che abbia mai corso. Non posso che ringraziarla e continuare ad amarla solennemente.

 

Ho iniziato a correre per sfida. Continuo a correre perché nulla al mondo ti riempie l’anima e la mente come la corsa. Vai al mio profilo.

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