Maratona di Boston: 120 anni e sentirli tutti

Maratona di Boston: 120 anni e sentirli tutti

Stringo i denti, trattengo le lacrime, isolo il frastuono degli spettatori, mi chiudo nei miei pensieri con lo sguardo fisso all’asfalto rovente. Manca ancora parecchio. Non conta più quanto fa male, non conta più il tempo, conta solo arrivare.

Inizio così questa mia recensione della Maratona di Boston. Ho buttato giù il primo paragrafo spontaneamente e queste sono le mie prime sensazioni quando penso alla gara che é stata, sopratutto nel pezzo centrale dove ho vissuto le pene dell’inferno.

Ma fammi mettere un po’ di ordine. Partiamo dall’inizio. Ti avviso, ho scritto un bel po’.

Premessa

La Maratona di Boston è la più antica maratona sportiva. Quella che avevo davanti era l’edizione numero 120.

E’ stata inoltre la prima maratona corsa da una donna e in questa edizione si festeggiava cinquant’anni di maratone al femminile.

E’ l’unica maratona che si può correre solo se si ha un tempo di qualificazione, secondo molti proibitivo, rendendone l’accesso ancora più esclusivo.

Fa parte delle 6 Major Marathons del mondo, e per me è una tappa indispensabile per arrivare a correrle tutte e 6 al di sotto delle tre ore. Per ora ho corso New York nel 2013 (2:55), Londra nel 2015 (2:41) e ora mi trovo davanti la maratona storica che ho sognato per tanto tempo.

Boston

Sono arrivato a Boston il Martedì prima della gara.

La maratona di Boston si corre sempre di Lunedì, il giorno di Patriot’s Day, che cade nel terzo Lunedì del mese di Aprile.

Boston TourHo scelto di arrivare a Boston con 6 giorni di anticipo rispetto alla gara per smaltire il fuso orario, ci sono 5 ore di differenza tra Londra e Boston, 6 per te che leggi dall’Italia. Non sono tantissime ma per un’atleta che deve correre una maratona non è il massimo.

Boston è una città stupenda e una delle più caratteristiche degli Stati Uniti. Ho passato i miei giorni pre-gara a girare per la città, cercando di esplorare i posti che non avevo ancora visto nella mia visita precedente. Ho anche avuto il tempo di noleggiare la macchina e visitare Rockport, un piccolo paesino sull’oceano a circa 60 km da Boston, famoso per i suoi negozi d’arte, le casette colorate e ristoranti specializzati in aragoste. Posto che consiglio di visitare, davvero interessante.

La cosa più difficile di questi giorni pre-gara è stata sicuramente l’alimentazione. Essere in USA e non poter mangiare i propri cibi preferiti come Hamburger e Pancakes è come andare nell’Apple Store e non poter comprare nulla. Per fortuna sono almeno riuscito a mangiarmi un paio d’aragoste. Povero me 🙂 .

L’Expo della Maratona di Boston

Expo Maratona BostonGiovedì mi ha raggiunto a Boston il mio compagno di squadra Michael, “running brother”, con cui ho condiviso l’ultimo allenamento leggero prima della gara Venerdì mattina. Sabato abbiamo visitato l’inevitabile Expo della Maratona di Boston dove abbiamo ritirato i nostri pettorali e fatto un po’ di shopping. Inutile dire quanto fosse affollato il posto, tra atleti, famigliari e semplici appassionati di running.

La città ormai si era riempita di atleti e da una “piccola” città di soli 500 mila abitanti mi sono ritrovato immerso in una Boston molto più affollata, con tantissime persone vestite in divisa o con le magliette e giacche ufficiali della gara. L’emozione in me cresceva sempre di più e finalmente iniziavo a realizzare che ero li con un solo obiettivo. #BostonMarathon2016.

La vigilia della Maratona di Boston

E’ stato forse il giorno più noioso della mia permanenza perché ho cercato di evitare qualsiasi cosa che potesse stancarmi. Riposo quasi totale e tanta tensione che iniziava a crescere ora per ora. Odio le vigilie. Non vedevo l’ora di correre! La notte prima della Maratona ero talmente nervoso che ho faticato a chiudere occhio. Prima di andare a letto ho scritto questo articolo e ovviamente mi sono studiato per l’ennesima volta il piano di gara e il percorso. Sapevo ormai a memoria a che miglia avrei trovato le salite, le discese, le ragazze del college da baciare  Wellesley Scream Tunnel (poi ti spiego), i rifornimenti e tutto quello che occorreva per un gara perfetta.

La mattina della Maratona

Il percorso della Maratona di BostonSveglia alle 5:30, doccia (faccio sempre la doccia prima di una gara, è una mia fissa), colazione a base di “oat meal” frutta e caffè.

Mi ritrovo con Michael che è venuto a prendermi in albergo e ci dirigiamo subito verso Boston Common, il parco in centro Boston dove avremmo lasciato la borsa contenente i nostri ricambi dopo la gara, e preso il pulmino che ci avrebbe portato a Hopkinton, paesino a un’ora da Boston dove avrebbe preso il via la gara.

Prima di prendere i pulmini gialli delle scuole pubbliche (si quelli caratteristici dei film americani) abbiamo dovuto abbandonare tutti i nostri averi all’interno di una borsa trasparente.

A Hopkinton potevamo portare solo indumenti per tenerci caldi da donare poi in beneficienza al momento del via e una piccola busta con i vari gel e le cose da mangiare / bere prima della gara. Avremmo avuto parecchie ore di attesa, essendo la gara prevista per le 10 e saremmo arrivati al “villaggio degli atleti” alle 7:30.

Dopo un viaggio interminabile, probabilmente per l’emozione che continuava a crescere, finalmente raggiungiamo il piccolo paesino di Hopkinton. Sono appunto le 7:30 e abbiamo un’eternità ancora da aspettare prima del via. Ma in realtà l’attesa è breve. Il villaggio degli atleti a Hopkinton è ben disposto in un parco immenso dove avevamo a disposizione ristori pre-gara con bevande calde e snack proteici, bagni chimici e dei mega schermi che mandava video emozionanti a raffica relativi ovviamente alla maratona.  Il tempo passa velocemente tra snack pre-gara, coda ai bagni chimici e qualche battito di cuore accelerato pensando a quello che sarà. Manca poco. E’ il nostro momento.

La Maratona, finalmente si corre!

Inno nazionale americano, due elicotteri da guerra a fare la ricognizione sul percorso di gara (15 minuti dal via all’arrivo). Ero nella wave 1, coral 1, ovvero partivo subito dietro i professionisti e avevo la fortuna di vedere tutto il pre-gara davanti e sul palco dove il commentatore cercava di far crescere la tensione negli atleti. Come se ce ne fosse bisogno.

Ore 10:00, partenza e pubblico già in delirio.

Il primo chilometro di gara è tutto in leggera discesa, parto ad un buon ritmo ma senza esagerare, sapendo quello che mi aspettava. Il sole è caldo e la temperatura abbastanza alta, circa 24 gradi. Il pubblico è tanto, ma solo nei primi metri di gara, poi diminuisce essendo il paesino di Hopkinton piccolino.

Passo il primo chilometro ad un passo veloce (3:40 circa) per poi affrontare subito la prima salita. Capisco subito che la gara sarà lunga e complicata perché dopo la prima salita affronto una sequenza di discese e salite (leggere) che mi fanno arrivare alla fine del terzo chilometro in uno stato strano. I passaggi sono buoni ma qualcosa non va. Ho già una sete tremenda e inizio a sudare come se fossi in gara da un’ora.

Passo il quinto km con un parziale di 18:37. Un po’ forte ma nemmeno tanto, in linea con i miei obiettivi di gara.

A questo punto inizio ad avere troppa sete e decido di prendere il primo ristoro. Mi ero programmato di bere solo al decimo e poi ogni 7 km, ma il piano è già saltato.

Dal sesto chilometro non potrò fare a meno di bere ogni 2 km, con tutte le difficoltà correlate, visto che i bicchieri di cartone sono difficili da afferrare correndo a quel ritmo e ora che porti il bicchiere al labbro metà del liquido (se non tutto) è già finito sulla maglietta o ancora peggio direttamente per terra.

La parte tra il quinto e il settimo chilometro fila liscia essendo un tratto in leggera discesa ma le mie gambe sono già più stanche del previsto. Dentro di me inizio a preoccuparmi e inizio a pensare negativo. Questo per un atleta è un tunnel psicologico molto rischioso che rischia di non farti finire la gara.

Il pubblico è sempre generoso, alcuni tratti sono colmi, altri molto meno, ma ovunque c’è almeno un’anima ad accompagnare i nostri sogni.

Le sequenze di km successivi sono probabilmente i più piatti della gara ma io continuo a correre scomodo, assetato, accaldato e con le gambe già con una sensazione strana, che mi sarei aspettato molto più in la.

Passaggio del decimo km in 37:44. Ad ogni passaggio penso a chi mi stava tifando da casa e mi faccio un po’ di forza. La media è ancora ottima, nonostante le sensazioni non buone.

Dal decimo al quindicesimo km il percorso torna impegnativo con parecchi sali-scendi leggeri. Il caldo è sempre tanto e non posso fare a meno di bere perdendo parecchio tempo. Passo al quindicesimo km in 57:22. Ho rallentato sensibilmente e sono in crisi nera. Si già in crisi. E’ il mio primo muro, che inizia esattamente al tredicesimo km. Le gambe sono pesantissime e ho addirittura un principio di crampo. Durante tutti gli allenamenti invernali mai avrei pensato di arrivare ad avere una crisi così presto.

Da qui in poi la mia gara è un calvario. Penso di ritirarmi più volte durante i km subito dopo.

Dal quindicesimo al diciottesimo il percorso si fa tosto, tutto in leggera salita e in quello stato sicuramente non era un incentivo a continuare questa sofferenza. Ma per fortuna la parte “maratoneta di me” continuava a tenermi in gara.

Poco prima del ventesimo km inizia la famosa “Wellesley Scream Tunnel“, ovvero un tratto del percorso dove centinaia di bellissime ragazze del Wellesley college ti seducono con cartelli provocanti, tentativi di baci e incitazioni assordanti. E’ una tradizione iniziata nel lontano 1897, quando le ragazze del college tifarono uno studente di Harvard in maniera un po’ esasperata. Alcuni atleti si fermavano per baciare alcune di queste ragazze, così come vuole la tradizione. Io ero troppo esausto ma posso ammettere che ho preso un po’ di vigore in queso mezzo chilometro. Passaggio al ventesimo in 1:18:15. Calo drammatico, confermato al passaggio della mezza in 1:22:42.

Da qui in poi non correrò mai più un singolo chilometro sotto i 4 minuti abbondanti, cosa mai successa nella mia precedente maratona a Londra. La mia gara è compromessa.

Dal venti al venticinque stringo i denti e cerco di trovare un ritmo decente tra un bicchiere d’acqua e uno di Gatorade. Capisco che ormai il tempo non conta più. Dovevo provare a finire la gara. Mi passano atleti da tutte le parti e mi rattristo un po’. La gara sembra interminabile. Passaggio al 25esimo km in 1:39:23.

Mi fermo a fare pipì in uno dei gabinetti mobili disposti ai lati del percorso. Tutti quei liquidi stanno giocando un brutto scherzo ma visto la difficoltà generale non mi preoccupo più di tanto. Perdo 45 secondi per completare l’operazione e riparto sperando di avere le gambe più fresche. Non è così. Ovviamente. “Dreamer”!

La gara entra nella sua parte più dura a Newton, dove ci saranno una salita peggio dell’altra fino alla tanto temuta salita “Heartbreak” (spezza cuore, e non si chiama così per caso). Ormai corro talmente male che spero che i fotografi e cameramen non si accorgano di me. Corro a 4:30, manco negli allenamenti lunghi più lenti!

Passo al trentesimo in 2:01:52 e al 35esimo in 2:26:01. Stringo i denti perché a questo punto ho crampi e dolore alla bandelletta laterale (ITB) del ginocchio destro. Le gambe fanno talmente male che mi scendono le lacrime. Mai successo in vita mai, ma il desiderio di finire la gara è più grande di ogni dolore. Non potevo mollare, non me lo sarei mai perdonato.

Entrando a Boston il pubblico aumenta vistosamente. Il tifo si fa molto rumoroso. Ma sono stranamente infastidito, non mi carico come al solito.

Al 36esimo km inizio a occupare la mente, calcolando il passo da tenere per rimanere comunque sotto le tre ore. Il tempo è tornato protagonista nei miei pensieri, ricordandomi di dover completare le 6 major al di sotto delle tre ore. Appena realizzai che potevo ancora farcela a chiudere questa gara sotto le tre ore, mi è tornata la voglia di provarci. Soprattutto perché ero consapevole che Boston fosse la gara più dura delle sei e passare questo ostacolo sarebbe stato importantissimo.

Grazie a questa spinta arrivo al quarantesimo km, in un misero 2:50:03, ma sufficiente per sperare in un finale decente e salvare il salvabile. Calcolo di nuovo il margine a disposizione. Dovevo correre gli ultimi 2 km e 195 metri in nove minuti e poco più. Potevo farcela.

Ormai é solo dolore continuo e una lotta per portare la mi gamba destra ad allungarsi a sufficienza per dare spinta. Cerco di de-contrarre un paio di crampi al polpaccio e stringo i denti.

Arriva il cartello dell’ultimo miglio. Penso che sia stato il miglio (1.6 km) più lungo della mia vita. Interminabile come le tre ore di matematica al liceo il lunedì mattina (ok forse non tutti capiranno questa similitudine).

Dopo ore interminabili minuti arrivo al rettilineo finale con la gente totalmente in delirio che mi carica portandomi a fare una sorta di sprint goffo e poco efficace. In lontananza vedo il mega cronometro che segna ancora 2:59. Stringo i denti per l’ultima volta, dimentico il dolore e allungo il passo fino a quando mi parte l’ennesimo crampo, questa volta al retro-coscia, ma in qualche maniera taglio il traguardo in 2:59:54! Sei secondi tengono in tatto il mio sogno.

Collasso a terra, o quasi perché una para-medica mi raccoglie giusto in tempo e mi trattiene. Sensazione strana, felicità mista depressione, mista non ce la sto facendo ma è finita!

I minuti a seguire sono di totale sofferenza. Le gambe non mi reggono e ho i brividi di freddo. Ma la maratona di Boston l’ho portata a termine, con le mie gambe. Continuo a pensarci camminando lentissimamente verso il rito della medaglia (bellissima medaglia).

Boston era mia! Con un tempo totalmente al di sotto dei miei standard e al di sotto dalle più negative delle aspettative, ma in qualche modo ero rimasto comunque sotto le tre ore, mantenendo vivo il mio sogno di correre le 6 major tutte sotto le tre ore. Ne mancano solo 3 ora e la più dura è andata.

Durante la gara ho visto ritirarsi decine e decine di atleti. Il caldo probabilmente non ha giocato brutti scherzi solo a me.

Michael completerà la sua avventura in 3 ore e 11, anche lui soffrendo parecchio ma felicissimo di averla portata a termine.

Il dopo gara

Per tutto il resto della giornata, quasi tutti quelli che mi incontravano (perfetti sconosciti) mi facevano le congratulazioni. Con la medaglia al collo ricevevo complimenti in ogni angolo della città. Il rientro in Hotel è stato emozionante, tutti i maratoneti sono stati accolti come eroi.

Il giorno dopo, in aeroporto, ogni gate apriva facendo le congratulazioni agli atleti, offrendo il “priority boarding” per i maratoneti. E’ incredibile come questa gara sia così rispettata tra tutti i bostoniani. I maratoneti di Boston sono rispettati, indipendentemente dal tempo, che non interessa a nessuno. Quello che importa è aver tagliato il traguardo.

Commenti a freddo

La maratona di Boston é la storia della maratona moderna. Un maratoneta che si definisce tale, non può almeno una volta partecipare a questo evento. La Maratona di Boston è l’università della maratona. La storia, il percorso e la gente rendono questo un evento univo, da ricordare e raccontare per tutta la vita. Il dolore e la stanchezza sono ampiamente ripagati!

Grazie Boston. #RunBold #BostonStrong

La medaglia della Maratona di Boston Il kit dopo gara

Ho iniziato a correre per sfida. Continuo a correre perché nulla al mondo ti riempie l’anima e la mente come la corsa. Vai al mio profilo.

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