Quest’anno, lo storico sentiero costiero GR-223 ha ospitato per la quattordicesima volta l’Ultra Trail Camí de Cavalls, la manifestazione che abbraccia l’intero perimetro dell’isola di Minorca. La storia di questo celebre tracciato meriterebbe un approfondimento a sé: le sue origini risalgono al XVIII secolo, durante la dominazione britannica. All’epoca, la guarnigione inglese, dovendo sopperire alla carenza di mezzi, intuì il valore strategico di questi sentieri per muovere rapidamente la cavalleria in caso di sbarchi nemici. Già meta prediletta dagli amanti del trekking — in particolare francesi e tedeschi — è bastato poco per intuirne il potenziale al servizio del trail running.
Pochi altri luoghi nel Mediterraneo possono vantare una competizione così ben organizzata e dalla partecipazione internazionale tanto sentita. Dal 2012, il fondatore Víctor Truyol ha reso la sfida accessibile a ogni tipo di corridore, offrendo sei differenti distanze: dalle prove più estreme (185, 100, 85 e 58 km) fino a quelle più approcciabili da 44 e 27 km.
Tra macchia mediterranea e acque turchine
I percorsi si snodano attraverso scenari mozzafiato, dove la fitta vegetazione si tuffa improvvisamente in calette color turchese, per poi convergere nel traguardo monumentale di Plaça des Born, nel cuore pulsante di Ciutadella.
Ho affrontato la distanza di 44 km e ciò che mi ha colpito, fin dai primi metri, è stata l’incredibile atmosfera di festa. Per me, abituato al rigore agonistico e alla “serietà” delle corse su asfalto, è stata una rivelazione: qui la competizione cede il passo al puro piacere della scoperta. Non capita spesso di correre su sentieri sospesi tra cielo e mare, dove scogliere a strapiombo si alternano a insenature profonde, sfociando d’improvviso su spiagge dalla sabbia bianchissima che sembrano sfidare la fatica con la loro bellezza.
La partenza: nel cuore del tunnel verde
Il viaggio inizia a Es Migjorn Gran, nel cuore del versante meridionale. Per raggiungerlo, ci affidiamo alle navette messe a disposizione dall’organizzazione alla periferia di Ciutadella: una volta sul posto, il rituale è rapido e collaudato. Consegnati gli zaini ai mezzi logistici, la mente si svuota: non resta che correre.
Siamo stati fortunati: la mattina si è presentata fresca, protetta da un velo di nuvole che ci ha permesso di gestire i liquidi senza l’arsura del sole diretto. I primi dodici chilometri sono stati un’immersione totale in una fitta foresta di lecci e ginepri, un tunnel verde che lasciava intuire la presenza del mare solo attraverso rari spiragli tra le fronde. Poi, d’improvviso, la macchia si apre: il primo contatto con l’acqua avviene a Cala Galdana. La baia, con la sua perfetta forma a ferro di cavallo, appare incastonata nella costa come un paradiso tropicale.
Proprio qui abbiamo trovato il primo punto di ristoro, con un’organizzazione impeccabile e volontari estremamente accoglienti. Gli spazi ampi hanno permesso di rifornirsi con calma, evitando il caos delle code. Semmai, la mia preoccupazione — essendo solo alla mia seconda esperienza “off-road” — era l’orientamento: timore svanito subito grazie a una segnaletica capillare che rendeva impossibile sbagliare strada.
Verso il traguardo: fatica e solidarietà
La scelta della 44 km si è dimostrata vincente, soprattutto per chi si approccia a questa disciplina con poca esperienza. Il dislivello mai proibitivo e i sentieri dal fondo regolare permettono una corsa fluida e sicura, gran parte della quale protetta dall’ombra. Inoltre, la collocazione stagionale è ideale: le temperature miti di maggio evitano quella gestione maniacale dell’abbigliamento tecnico che spesso appesantisce l’esperienza.
Ho proseguito con un buon passo fino alla spiaggia di Son Saura, dove però ho iniziato ad avvertire la vera stanchezza. Le gambe hanno cominciato a indurirsi e il terreno, fattosi più tecnico lungo la scogliera, imponeva una concentrazione massima: ogni sasso richiedeva una falcata precisa. Più di un runner è inciampato e io non sono stato da meno, fortunatamente senza conseguenze.
Una delle sorprese più belle, rispetto alla solitudine agonistica delle maratone su strada, è stato l’altruismo tra i partecipanti. A dodici chilometri dal traguardo ho unito le forze con un runner catalano: ci siamo fatti coraggio a vicenda, “tirandoci” nei momenti critici. Questo supporto mentale è stato decisivo, specialmente superando l’ennesima meraviglia, Cala’n Bosch: vedere i bagnanti in acqua rendeva la tentazione di fermarsi quasi irresistibile.
Superato l’ultimo punto di idratazione a sei chilometri da Ciutadella, abbiamo stretto i denti. Facendoci largo tra nugoli di escursionisti e vacanzieri che ci incitavano con calore, abbiamo finalmente imboccato l’asfalto verso il centro. L’accoglienza degli abitanti è stata meravigliosa: una città intera che vibra e sostiene una manifestazione che sente profondamente propria. Tagliare il traguardo in Plaça des Born è stato molto più che concludere una gara; è stato l’abbraccio finale di un’isola che sa come incantare chi la percorre con il cuore.
Tagliare il traguardo in Plaça des Born è stato molto più che concludere una gara: è stato ritrovare quella sofferenza autentica che solo il trail sa regalare e che mi mancava profondamente. Chiudo questa avventura con le gambe stanche, ma il cuore colmo dei colori di Minorca e della gratitudine per una sfida che mi ha restituito la gioia del limite superato. È una sensazione che nessun asfalto potrà mai eguagliare.
Un racconto di Stefano Pampuro.
Foto di @carine201 su Tripadvisor.

















































































